In Italia si parla spesso di false partite IVA per indicare quei rapporti che, pur presentandosi come lavoro autonomo, nascondono in realtà una vera e propria subordinazione.
Il tema è molto attuale, perché riguarda migliaia di lavoratori – soprattutto giovani professionisti e consulenti – che si trovano privi delle tutele tipiche del lavoro dipendente.
QUANDO UNA PARTITA IVA È “FALSA”?
Brevemente potremmo dire che la differenza la fanno i fatti, non le etichette.
Se il lavoratore:
- svolge attività in maniera continuativa per un unico committente, che impartisce orari, giorni di ferie, tipologia di mansione da svolgersi;
- tutto il suo reddito deriva dal compenso di quella collaborazione, tanto da avere una serie di fatture mensili emesse da quella sola società, con un importo identico;
- lavora seguendo orari, direttive o vincoli organizzativi decisi dall’azienda;
allora siamo davanti a un rapporto che assomiglia più a un contratto di lavoro subordinato che a un incarico libero-professionale.
COSA DICE LA LEGGE
La normativa è intervenuta più volte.
Il D.Lgs. 276/2003 (cosiddetta legge Biagi) introdusse una presunzione relativa di lavoro dipendente quando la collaborazione con partita IVA superava 8 mesi l’anno, generava oltre l’80% del reddito e prevedeva una postazione fissa presso il committente.
Con il Jobs Act del 2015 ( https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2015-07-16;23 ) questa disciplina è stata superata: oggi le collaborazioni “etero-organizzate” – cioè personali, continuative e gestite dal committente nei tempi e nei luoghi – vengono automaticamente ricondotte al lavoro subordinato.
La Legge 81/2017 (Statuto del lavoro autonomo) ha poi rafforzato la tutela dei professionisti veri e propri, distinguendoli dai rapporti fittizi.
LE DECISIONI DEI GIUDICI
La Corte di Cassazione ha chiarito che la sostanza prevale sulla forma, quindi ha stabilito che ciò che conta è come si svolge davvero il lavoro.
Ad esempio, con la sentenza n. 1663/2020 ( https://www.wikilabour.it/segnalazioni/rapporto-di-lavoro/corte-di-cassazione-sentenza-24-gennaio-2020-n-1663/ )ha ribadito che se l’attività è personale, continuativa e organizzata dal committente, si deve riconoscere un rapporto di lavoro subordinato, anche se formalmente inquadrato come partita IVA.
Se si tratta solo di errori formali o procedurali (ad esempio una contestazione tardiva), l’indennità si riduce: da 6 a 12 mensilità.
PERCHÉ LE FALSE P.IVA SONO UN PROBLEMA?
Le False P.Iva sono un problema per tutte le parti coinvolte.
Sono un problema per il lavoratore che perdere il diritto a vedersi riconosciute:
- ferie;
- malattia;
- TFR;
- contributi pieni.
Sono un problema per il datore di lavoro che rischia cause giudiziali nelle quali rischia di venire condannato al pagamento delle differenze retributive ed al pagamento degli arretrati contributivi.
CONCLUSIONI
Le false partite IVA creano squilibri e contenziosi.
Per evitarli è importante valutare attentamente la natura del rapporto, chiarire fin dall’inizio i criteri di autonomia e, in caso di dubbio, rivolgersi a un avvocato del lavoro.
La trasparenza contrattuale è l’unico modo per tutelare entrambe le parti.
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