Impugnazione del licenziamento: termini, modalità ed errori frequenti

L’impugnazione del licenziamento rappresenta il primo e imprescindibile atto di tutela del lavoratore contro il recesso datoriale.

La legge prevede termini rigorosi e forme precise: un errore iniziale può comportare la decadenza definitiva dal diritto alla reintegrazione o al risarcimento.

 In questo breve articolo, analizziamo alla luce della giurisprudenza più recente.:

  • entro quando impugnare;
  • come farlo correttamente;
  • quali errori evitare.

TERMINI PER IMPUGNARE IL LICENZIAMENTO

Entro 60 giorni: l’impugnazione stragiudiziale

Ai sensi dell’art. 6 L. n. 604/1966, il lavoratore deve impugnare il licenziamento entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione scritta.

L’impugnazione:

  1.  può essere giudiziale o stragiudiziale;
  2. deve essere scritta;
  3. deve manifestare in modo inequivoco la volontà di contestare il licenziamento;

Non è invece necessario indicare i motivi o le ragioni di illegittimità.

Entro 180 giorni: il ricorso giudiziale

Infatti è bene ricordare che l’impugnazione stragiudiziale non basta.

Entro i successivi 180 giorni il lavoratore deve:

  • depositare il ricorso al Tribunale del lavoro;
  •  comunicare la richiesta di conciliazione presso l’ispettorato del lavoro competente o avviare un arbitrato.

In mancanza, l’impugnazione diventa inefficace.

I termini sono perentori e non soggetti a sospensione o interruzione.

FORMA DELL’IMPUGNAZIONE DEL LICENZIAMENTO

L’atto di impugnazione deve essere:

  1. redatto per scritto;
  2. recettizio – deve cioè giungere a conoscenza del datore di lavoro;
  3. chiaro e non ambiguo.

Sono ritenuti validi:

  • lettera raccomandata;
  •  telegramma;
  •  PEC.

Attenzione alla PEC: l’impugnazione inviata dall’avvocato o dal sindacato è valida solo se firmata digitalmente o se il legale/sindacato è munito di procura scritta.

ERRORI FREQUENTI NELL’IMPUGNAZIONE DEL LICENZIAMENTO

Nella prassi, molti lavoratori perdono il diritto di agire per errori formali, tra cui:

  • PEC inviata senza firma digitale;
  • messaggi WhatsApp o comunicazioni informali;
  • lettere generiche o poco chiare;
  • impugnazioni effettuate da soggetti privi di valida procura.

Anche una contestazione tempestiva, se formalmente invalida, non evita la decadenza.

COSA SUCCEDE SE NON SI IMPUGNA IL LICENZIAMENTO

La mancata impugnazione nei termini comporta:

Resta, in alcuni casi, solo un’azione civile ordinaria per il risarcimento del danno, con tutele più limitate.

CONCLUSIONI

L’impugnazione del licenziamento è un passaggio tecnico e delicato, che richiede attenzione ai termini e alla forma.

Un errore iniziale può compromettere ogni tutela successiva.

Agire tempestivamente e con assistenza qualificata è spesso decisivo per preservare i propri diritti.

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Domande Frequenti

Quanto tempo ho per impugnare un licenziamento?

Il licenziamento deve essere impugnato entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione scritta.

L’impugnazione deve essere scritta e deve manifestare in modo chiaro la volontà del lavoratore di contestare il licenziamento. Non è necessario indicare subito i motivi o le ragioni di illegittimità.

Dopo l’impugnazione stragiudiziale, entro i successivi 180 giorni, il lavoratore deve depositare il ricorso al Tribunale del lavoro oppure comunicare la richiesta di conciliazione presso l’Ispettorato del lavoro competente o avviare un arbitrato.

Cosa succede se lascio passare 60 giorni?

Se il licenziamento non viene impugnato entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione scritta, il lavoratore decade dal diritto di contestarlo.

La mancata impugnazione nei termini può comportare la perdita del diritto alla reintegrazione, quando prevista, e delle tutele risarcitorie previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori o dal D.Lgs. 23/2015.

In alcuni casi può restare solo un’azione civile ordinaria per il risarcimento del danno, con tutele più limitate.

Dopo l’impugnazione devo fare subito causa?

L’impugnazione stragiudiziale non basta da sola.

Dopo aver impugnato il licenziamento entro 60 giorni, il lavoratore deve rispettare anche il termine successivo di 180 giorni. Entro questo termine deve depositare il ricorso al Tribunale del lavoro oppure comunicare la richiesta di conciliazione presso l’Ispettorato del lavoro competente o avviare un arbitrato.

In mancanza, l’impugnazione diventa inefficace.

Quali errori possono compromettere l’impugnazione del licenziamento?

Gli errori più frequenti riguardano la forma dell’impugnazione e il rispetto dei termini.

Possono compromettere l’impugnazione, ad esempio:

  • una PEC inviata senza firma digitale, nei casi in cui sia necessaria;
  • messaggi WhatsApp o comunicazioni informali;
  • lettere generiche o poco chiare;
  • impugnazioni effettuate da soggetti privi di valida procura;
  • il mancato rispetto del termine di 60 giorni;
  • il mancato deposito del ricorso o della richiesta di conciliazione/arbitrato entro i successivi 180 giorni.

 

Anche una contestazione tempestiva, se formalmente invalida, può non evitare la decadenza.

È utile farsi assistere prima di inviare la lettera di impugnazione?

Per interrompere i termini decadenziali è sufficiente qualsiasi scritto con attestazione di consegna dal quale emerga in modo chiaro la volontà del lavoratore di impugnare il licenziamento.

La lettera redatta da un professionista, però, può risultare più completa e può contribuire a creare maggiori possibilità conciliative.

Studio Legale Brambilla a Seveso, nella provincia di Monza e Brianza, specializzato in diritto del lavoro e previdenziale.

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